Quando Il Fiume ti Trova

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Dopo le partite giocate male e quelle giocate troppo bene, avevo capito una cosa con una lucidità che non lasciava spazio a repliche: il problema non era fidarsi, ma affezionarsi. Quando inizi a voler bene a qualcuno, smetti di vederlo per quello che è. Confondi le intenzioni con i gesti, le parole con le promesse. E sulla scacchiera, questo significa perdere pezzi senza nemmeno accorgertene. Non ero proprio tagliato per quel lavoro e presto se ne accorsero

Quando tornai a gravitare su Varese, verso la metà degli anni Ottanta, decisero che avrei cambiato piano di gioco. Niente più tavoli fissi, niente dinamiche chiuse, niente ambienti dove le regole si riscrivono ogni sera. Avevo bisogno di uno spazio dove la verità fosse immediata, dove ogni errore avesse una conseguenza chiara e non discutibile.

Il fiume.

Non lo cercai consapevolmente. Come spesso accade, mi trovò lui. Del resto io con l’acqua ci andavo d’accordo.

Li incontrai quasi per caso, in un bar anonimo verso la Schiranna. Un posto di passaggio, caffè veloci e poche parole. Io ero lì per scaldarmi le mani attorno a una tazza, loro stavano organizzando una discesa per il giorno dopo. Si riconoscevano subito: scarpe sempre un po’ infangate, giacche tecniche consumate, quell’aria calma di chi ha imparato ad aspettare.

Il gruppo non era grande, ma ben assortito. Paolo, che tutti chiamavano il Muto, parlava poco e osservava molto. Enrico era l’opposto: risata facile, guida spericolata e una station wagon perennemente piena di kayak, corde, pagaie e oggetti di cui nessuno ricordava l’origine. Luca era il metodico, quello che controllava tutto due volte prima di entrare in acqua: paraspruzzi, galleggianti, maniglie, nodi.

E poi c’erano loro.

Marta e Silvia.

Marta era pratica, diretta, fisicamente forte. Pagaia potente, poche parole, sguardo sempre avanti. Era una di quelle che sul fiume non alzano mai la voce, ma quando parlano è meglio ascoltare. Silvia invece era più riflessiva, tecnica, precisa nei movimenti. Studiava l’acqua come se stesse leggendo una mappa invisibile. In due completavano il gruppo, senza ruoli forzati, senza dimostrare nulla. A loro mai ho detto del mio passato in Marina ma sospettarono qualcosa quando nella fretta feci dei nodi troppo bene e troppo in fretta

Dissi subito che non avevo grande esperienza di kayak. Nessuno fece domande. Paolo si limitò a dire:

«Il Ticino perdona. L’Adda meno.»

Era un invito, ma anche un avvertimento.

Il Ticino fu la mia prima vera scacchiera d’acqua. Largo, apparentemente tranquillo, ma pieno di trappole. Le correnti non ti aggrediscono: ti convincono. Ti prendono piano e ti spostano finché non sei più dove pensavi.

Mi fecero iniziare con un kayak lungo e stabile, in realtà era piu’ un kayak da lago che da fiumi più adatto a imparare che a impressionare. Mi spiegarono le basi: entrare in corrente con l’angolo giusto, sfruttare i controcorrenti per fermarsi, leggere l’acqua osservando increspature, riflessi, rami incastrati.

«L’acqua parla sempre», diceva Luca. «Se non la senti, è perché stai pensando ad altro.»

All’inizio sbagliavo molto. Entravo storto, irrigidivo le spalle, facevo colpi di pagaia inutili. Marta mi fermò una volta, in un punto tranquillo:

«Sei troppo teso. Così il fiume decide per te.»

Sul Ticino questo significava finire fuori linea, a volte girato, a volte solo scomposto. Paolo osservava in silenzio. Dopo l’ennesimo errore mi disse:

«Non lottare. Decidi.»

Capivo cosa intendeva, ma mi ci volle tempo per farlo davvero.

Il fiume Adda era un altro gioco. Più nervoso, più tecnico. Curve strette, correnti che spingono contro le sponde, rami bassi, sifoni nascosti. Lì non bastava galleggiare: bisognava scegliere. E scegliere in fretta.

Le prime discese le facemmo in primavera, con l’acqua gonfia dallo scioglimento delle nevi. Prima di entrare, camminavamo lungo le rive per osservare i passaggi più delicati. Paolo indicava le linee, Silvia commentava le alternative, Marta valutava gli errori possibili.

«Qui sinistra.»

«Qui niente soste.»

«Qui se sbagli, nuoti.»

Nuotare non era un disonore, ma un rischio. Acqua fredda, corrente forte, rami ovunque. Per questo l’attrezzatura era sacra: casco sempre, giubbotto omologato, paraspruzzi ben chiuso. In autunno e inverno usavamo mute stagne o semistagne. L’acqua dell’Adda a novembre non perdona distrazioni.

Scendevamo in tutte le stagioni, livello permettendo. In estate per affinare la tecnica, in inverno per allenare la testa. Ricordo discese con la brina sulle rive, mani intorpidite, respiri corti. Silvia era incredibilmente lucida anche con il freddo. Marta invece sembrava non sentirlo affatto.

Enrico, come sempre, sdrammatizzava:

«Se ci ribaltiamo, almeno non sentiamo il gelo.»

Non era vero, ma faceva ridere. E ridere, sul fiume, serve.

Con loro imparai una forma diversa di fiducia. Non quella emotiva, ma quella operativa. Sul fiume non ti fidi perché ti piace qualcuno, ma perché sai che sa fare il suo mestiere. Se Marta diceva di spostarsi, lo facevi. Se Silvia suggeriva una linea diversa, la consideravi. Se Luca proponeva di portare i kayak a spalla per evitare un passaggio, nessuno discuteva.

Io trovai il mio posto senza forzarlo. Non al centro, non ai margini. Un pezzo utile. Affidabile. Quello che non fa mosse inutili. Quello che osserva, copre, segue la linea.

Le pause sulle ghiaie erano momenti sospesi. Panini mangiati in silenzio, tè caldo dal thermos d’inverno, birra tiepida d’estate. Nessuna domanda sul passato. Nessuna curiosità superflua. Marta parlava pochissimo della sua vita fuori dall’acqua. Silvia ancora meno. E io apprezzavo quel patto non detto. E nessuno chiedeva di me.

Avevo già imparato che meno sai degli altri, meno devi spiegare di te.

Col tempo imparai a riconoscere i livelli “buoni” a colpo d’occhio. Un masso che sparisce, una corrente che accelera sotto un ponte, il rumore dell’acqua contro le sponde. L’Adda in piena diventava ipnotica ma spietata. In quelle condizioni scendevamo solo se eravamo sicuri. E spesso non lo eravamo.

Una volta, dopo una notte di pioggia intensa, arrivammo al punto d’imbarco e restammo in silenzio a guardare l’acqua. Marta scosse la testa. Paolo disse solo:

«Oggi niente eroi.»

Tornammo indietro. Anche quella è esperienza.

Il Ticino, con acqua bassa, diventava tecnico: raschiavi, sceglievi il filo giusto, evitavi le secche. Con acqua alta, largo e potente, ti obbligava a mantenere la concentrazione per ore.

Tra il 1986 e il 1990 i fiumi furono la mia palestra e il mio rifugio. Non c’erano secondi fini, non c’erano maschere. Solo acqua, corrente e attenzione.

Imparai che il controllo è un’illusione, ma la preparazione no. Che devi sempre sapere dove uscire. Che a volte la mossa migliore è non farla.

Quando smisi di scendere con loro, non ci furono addii. Le cose finiscono così, quando sono sane. I fiumi continuano anche senza di te.

Io rimasi quello che ero sempre stato: uno che attraversa le storie senza lasciarci il nome. Pensate che potevo anche piangere delle mie delusioni e si accorgeva solo l’acqua. Ero ritornato con quell’elemento, “l’acqua” che non mi aveva mai tradito come gli uomini e le donne che ho incontrato. Almeno in lei riconoscevo l’avvertimento.

Sulla scacchiera dell’acqua, ero solo una traiettoria ben presa.

E per me, era abbastanza.