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Ero arrivato a un punto in cui il gruppo non mi bastava più. Non perché mancasse qualcosa, ma perché avevo bisogno di verificare se quello che avevo imparato reggeva anche senza rete. Il fiume, come la vita, quando resti da solo cambia voce. Non ti parla più per suggerimenti: ti interroga. Anche il mare che ho conosciuto non mi parlava come parla ai turisti. E questo non mi stupi
Così iniziai a scendere da solo. Non sempre, ma spesso nei fine settimana. Partivo presto, quando Varese era ancora addormentata, il kayak sul tetto della mia Ford Fiesta, legato con cinghie che controllavo tre volte prima di partire. Non era un’auto da avventura, ma faceva il suo dovere. E soprattutto non attirava attenzioni.
Scelgo i tratti con cura: Ticino soprattutto, tra Somma Lombardo e Turbigo, dove il fiume è abbastanza largo da concederti margine, ma mai abbastanza da perdonarti davvero. Prima di entrare in acqua osservavo sempre: livello, colore, velocità. Bastava poco per capire se quella giornata era da giocare o da rimandare. Il tutto non era improvvisato ma studiato con una cartina geografica molto dettagliata. Allora non esisteva Google Maps e nemmeno i telefonini.
Scendere da solo significava fare tutto da solo. Studio del livello, scelta dell’imbarco, discesa, uscita. E poi il problema vero: il recupero.
Non sempre era possibile caricare il kayak. A volte la strada era troppo lontana, altre volte non c’era modo di spiegare a chi si fermava perché dovesse caricarsi una barca lunga poco meno di tre metri. In quei casi facevo quello che avevo imparato a fare bene.
Sistemavo il kayak ben nascosto vicino alla riva, tra i rovi, sotto alberi caduti, coperto da rami e canne. Lo legavo con una cima corta a una radice o a un tronco, non per paura che qualcuno lo rubasse — difficile che qualcuno sapesse cosa farne — ma per sicurezza. Poi mi cambiavo, mettevo la muta nello zaino e iniziava la seconda parte della giornata. Scarpe, maglietta un paio di jeans uno zaino con 4 panini e pollice ben alzato…si, in autostop
Risalivo verso la strada come uno qualsiasi, fradicio dentro ma apparentemente normale. Nessuna fretta. Bastava un passaggio fino al paese giusto per recuperare la Fiesta, poi tornare indietro a riprendere il kayak. Un giro lungo, sì. Ma funzionava.
All’epoca non era così strano. Ma fermarsi con una muta arrotolata sotto il braccio e spiegare che stavi “andando a prendere la macchina lasciata a monte del fiume” richiedeva un certo talento narrativo. O una faccia che non dava troppa voglia di fare domande.
Una delle prime volte scesi poco a valle di Somma Lombardo. Quasi 10 chilometri. Era primavera, livello medio-alto, acqua veloce ma leggibile. Una discesa pulita, senza errori gravi, solo qualche passaggio da tenere largo vicino alle sponde. Uscito dall’acqua, portai il kayak in un punto riparato, tra i salici. Lo sistemai bene, lo coprii con rami e controllai che non si vedesse dall’argine.
Poi infilai lo zaino in spalla e mi avviai verso la provinciale.
Dopo una ventina di minuti con il pollice alzato si fermò un camion Iveco, cabina alta, rimorchio telonato. Il conducente abbassò il finestrino e mi squadrò.
«Ma sei caduto nel fiume?»
«No. Ne sono uscito.»
Sorrise.
«Dove vai?»
«A Somma. Devo recuperare la macchina.»
Sul cruscotto aveva una Madonna incollata con lo scotch. Mi fece cenno di salire. Durante il tragitto parlò lui. Mi raccontò di quando pescava sul Ticino, di amici che non c’erano più, di come il fiume non fosse cambiato poi tanto, erano le persone ad aver perso rispetto.
A un certo punto disse:
«Sai che fai una cosa strana, vero?»
«Sì.»
«Però almeno non rompi le scatole a nessuno.» alludendo probabilmente ai miei coetanei che al fine settimana schiamazzavano fuori dai bar o dalle discoteche.
Mi lasciò a Somma. Recuperai la Fiesta, tornai indietro e il kayak era ancora lì. Immobile, come se mi stesse aspettando.
Un’altra volta scesi fino a Turbigo. Estate inoltrata, acqua più bassa, discesa lenta e tecnica. Raschiavo spesso, dovevo scegliere bene il filo. Uscito dall’acqua, nascosi il kayak in un punto difficile da raggiungere, tra sterpaglie e tronchi.
Raggiunsi la strada a piedi. Quella volta l’autostop fu più complicato. Dopo mezz’ora si fermò un furgoncino Volkswagen verde spento, pieno di adesivi ambientalisti. Dentro c’erano un ragazzo, una ragazza e un cane enorme sul sedile dietro.
«Scusa,» disse lei, «ma da dove vieni?»
«Dal Ticino.»
«A piedi?»
«Più o meno.»
Mi fecero salire dopo aver sistemato il cane. Durante il tragitto mi bombardarono di domande. Se avevo paura, se era una scelta spirituale, se lo facevo per sfida. Risposi il minimo.
«Io non mi fiderei mai dell’acqua,» disse lei.
«Io non mi fido,» risposi. «La rispetto.»
Mi lasciarono vicino al punto dove avevo lasciato l’auto. Tornai indietro, recuperai il kayak. Nessuno lo aveva toccato. Come sempre.
Un sabato d’autunno, sempre tra Somma e Turbigo, mi fermai a osservare un ponte prima di entrare in acqua. Un anziano era lì con la bicicletta.
«Scendi?»
«Sì.»
«Da solo?»
«Sì.»
Scossi le spalle, entrai più a valle. Discesa pulita. Nascosi il kayak e tornai con il solito autostop. L’uomo era ancora lì.
«Allora sai quello che fai.»
Mi accompagnò fino a Somma. Prima di lasciarmi disse:
«Il fiume non vuole coraggio. Vuole attenzione.»
Scendere da solo mi insegnò più di quanto avessi imparato in gruppo. Perché quando sei solo non puoi delegare nulla. Ogni scelta è tua. Ogni errore pure. Il fiume non fa sconti, ma non mente.
Nascondere il kayak, tornare indietro in autostop, recuperare l’auto e rifare il percorso era parte della disciplina. Nessuna improvvisazione. Nessuna fretta. Sempre un piano B.
L’autostop era come un secondo fiume. Umano. Imprevedibile. Una specie di risalita. Ma funzionava.
Incontravo persone a dir poco strane, ma nessuno ha mai approfittato della mia momentanea vulnerabilità. Ho avuto modo di parlarne in un altro mio racconto che riguardava i luoghi comuni che ci facciamo sulle persone. Se volete cercatelo nel podcast o nel blog.
E alla fine comunque tornavo sempre a casa stanco, invisibile, con la sensazione di aver attraversato qualcosa che non lasciava tracce.
A volte ero cosi stanco che non avevo la forza di smontare kayak e portabagagli dalla mia auto a sera inoltrata e al lunedì prima del turno delle 6:00 entravo in parcheggio dove lavoravo ancora con tutto montato mentre i colleghi mi guardavano come uno scappato di casa.
Come sempre. Come adesso
E andava bene così. Va bene Cosi
