Pedine sul Confine

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Dopo l’episodio di Luino avevo imparato una lezione che mi sarebbe tornata utile più volte: affezionarmi alle persone era il modo più rapido per fare errori. Non errori romantici, ma errori di valutazione. E sulla scacchiera, quelli costano pezzi importanti.

Così, quando mi ritrovai di nuovo a Varese, tra la fine degli anni ’80, decisi che avrei giocato diversamente. Più testa, meno cuore.

La provincia allora era un posto strano: tranquilla in superficie, ma con mille passaggi sotterranei. Frontiera svizzera a pochi chilometri, doganieri, valichi secondari, strade che sembravano disegnate apposta per perdersi. Una scacchiera perfetta. Erano mesi che quell’ufficiale dei carabinieri non si faceva sentire. Sapevo che ero stato messo a riposo ma non ancora dimenticato

Io, ovviamente, non ero il re. Al massimo un alfiere che si muoveva in diagonale, cercando di capire chi stesse giocando davvero.

Poi improvvisamente mi si chiese di infilarmi in un gruppo che si erano fatti notare. Troppi viaggi verso Lugano. Troppe puntate perse al casinò troppe birre e troppe voci dopo le bevute. Non si capiva dove finiva la fantasia e iniziava una realtà che era illecita.

Il gruppo si faceva chiamare “i ragazzi del lago”, nomi di fantasia ma facce vere: Marco detto il Professore (non aveva mai finito le superiori), Gigi il Lungo (alto due metri, cervello uno e sessanta), e i fratelli Riva, identici ma incapaci di accordarsi su qualsiasi cosa, persino su chi dovesse guidare. A vederli al bar sembravano solo quattro che facevano fuori più bianchini che idee. Naturalmente i nomi sono nomi di fantasia.

Errore classico: sottovalutarli.

Le partite iniziavano sempre allo stesso modo. Ritrovo a Varese, zona Masnago o Giubiano, furgoncino scassato, battute pessime e una sicurezza ostentata che faceva quasi tenerezza. Poi via verso nord, strade secondarie, fari spenti a tratti, radio rigorosamente spenta “che porta sfiga”. Io ascoltavo. Sempre. Parlare poco è una forma d’intelligenza.

Il trucco non erano solo le sigarette. Quelle erano la parte noiosa. Cartoni di Marlboro, MS, qualche marca svizzera introvabile. Il vero gioco stava nel “contorno”: orologi, elettronica, pezzi d’auto, a volte roba di cui nessuno faceva domande. Passavano dalla Svizzera come se fosse il giardino di casa, sfruttando cambi turno, sentieri, e soprattutto l’arma più efficace: la noia dei controlli.

Io osservavo come un cavallo piazzato bene: saltavo da una conversazione all’altra, da una serata a un pomeriggio al lago, senza mai stare al centro.

I momenti comici non mancavano. Una volta Gigi il Lungo dimenticò il furgone acceso durante una “sosta tecnica” e lo ritrovammo contro una siepe, ancora in folle. Un’altra volta Marco tentò di spiegare la logistica del contrabbando usando una tovaglietta di carta come mappa: finì per ordinare quattro pizze che nessuno aveva chiesto.

Ridevamo, sì. Ma io non dimenticavo mai perché ero lì.

Col tempo capii lo schema. La cosa durò parecchio. Mesi dove mi alternavo tra loro o seguendo solo uno di loro. Cercando di capire in che modo si organizzavano. Non erano grandi criminali, ma pedine convinte di essere regine. Qualcuno sopra di loro muoveva davvero i pezzi: contatti oltreconfine, orari precisi, silenzi studiati. Io a differenza del passato dovevo solo ricostruire la partita, non vincerla. Ero sicuro che non ero l’unico a essere fuori posto nel gruppo ma come al solito e’ sempre pericoloso trovarsi di fronte chi fa il tuo stesso gioco. Sono situazioni che non devono verificarsi perché vuole dire essere scoperti. A me probabilmente ci ero stato molto vicino con Anna (racconto precedente) anche se non ne ho mai avuto la certezza. A distanza di tempo posso ipotizzare che qualcuno lavorava con me oltre il confine. Anche qui però sono solo ipotesi

Quando arrivò il momento giusto, feci quello che avevo imparato a fare meglio: sparire un passo prima dello scacco. Nessuna discussione, nessuna rottura plateale. Semplicemente smisi di essere disponibile, di esserci, di rispondere.

Sulla scacchiera, un pezzo che sparisce crea più confusione di uno catturato.

Anni dopo seppi che il gruppo si era sciolto tra controlli, multe e qualche processo minore. Niente di eclatante. Nessun nome sui giornali. Come deve essere.

Io rimasi quello che ero sempre stato: una casella vuota. E in certi giochi, è la posizione più sicura. Ricevetti la solita busta. Fine di una partita ma non ancora la fine della gara