Usati troppo a lungo senza manutenzione

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Non è un saggio, non è un romanzo classico: è una **ragnatela di memoria**, fedele allo spirito del testo che mi hai dato.

La ragnatela e i buchi

Quello che voglio fare è un podcast.

Lo ripeto spesso, come si ripetono le cose importanti quando non si è ancora sicuri che qualcuno ascolti davvero. Un podcast dove racconto di me, delle mie storie, a volte stampalate, a volte troppo vere per essere raccontate in fila. Non sarà ordinato. Non seguirà una linea del tempo, perché il tempo – almeno per me – non è una linea. È una ragnatela.

Una ragnatela strana, tirata su in fretta e furia tra un impegno e l’altro, con fili spessi e fili sottilissimi, con nodi robusti e buchi enormi. Buchi dove sono caduti ricordi, persone, illusioni. Buchi dove ogni tanto cade anche io, quando mi distraggo e penso che tutto questo abbia avuto un senso chiaro fin dall’inizio.

Il tempo non scorre: **si aggroviglia**.

E quando provi a rimettere ordine, ti restano le dita appiccicate.

Per farla breve – che poi breve non sarà mai – sono impastato nel mondo del lavoro dal 1980. Sì, proprio impastato, come si fa con il pane: mani dentro, farina dappertutto, e se sbagli lievitazione ti viene un mattone. Senza contare i due anni passati nella Marina, al servizio dello Stato. Due anni che mi hanno insegnato più cose di quanto ammetterò mai pubblicamente, soprattutto su gerarchie, obbedienza e sull’arte raffinata di sopravvivere senza perdere completamente il cervello.

Gli ultimi vent’anni li ho passati come libero professionista.

Libero… una parola magnifica, usata con una leggerezza criminale. Libero con poca libertà, schiacciato da tasse, burocrazia, mediocrazia, e da una politica che sembra progettata apposta per farti sentire sempre in colpa di esistere se non sei abbastanza ricco o abbastanza raccomandato.

A un certo punto ho voluto anche vedere come funzionava dall’interno il mondo dello Stato. Non da turista, ma da infiltrato testardo. Mi sono imbucato a titolo nella formazione scolastica. E su questo, credimi, **ci sarebbe materiale per una serie Netflix**, altro che podcast. Ma ci arriveremo.

Per ora fermiamoci qui: sono troppo stanco e logorato per continuare come prima, ma troppo giovane per arrendermi. È una condizione strana, come stare su una soglia che nessuno ha pensato di illuminare.

Il lavoro: quella cosa che “ti farà crescere”

Quando ho iniziato, il lavoro era ancora raccontato come una promessa.

“Vedrai, ti farà crescere.”

“È dura all’inizio, poi migliora.”

“Devi solo tenere duro.”

Frasi che sembrano stampate su un calendario motivazionale, ma che nascondono una verità semplice: **nessuno sapeva davvero cosa stava succedendo**, e chi lo sapeva non aveva nessuna intenzione di dirtelo.

Mi avevano descritto il mio lavoro come una strada incerta e mutevole. Punto. Fine spiegazione. Poi abbassavano lo sguardo, come se avessero appena detto qualcosa di troppo personale. Io avrei dovuto essere preparato. Almeno in parte. Ma come ti prepari a qualcosa che non ha mappa, non ha segnaletica, e ogni tanto cambia nome senza avvisare?

Nel tempo ho fatto, visto e ascoltato di tutto. Sempre rispettando le regole. Che non significa essere premiati, significa **ingoiare**. Spesso.

Interventi presso clienti fuori di testa alle sei del mattino.

Telefonate la domenica, nei festivi, durante quei rari momenti in cui avevi appena iniziato a credere di essere una persona e non solo una funzione.

Dirigenti – pubblici e privati – che all’ultimo momento non ti ricevono perché “hanno cose più importanti da fare”. Cose talmente importanti che, guarda caso, non producono nulla, ma ti fanno perdere settimane di lavoro.

E tu lì, con il tuo progetto che, a sentirli parlare, doveva salvare il mondo. Ma non abbastanza da meritare dieci minuti di attenzione.

Ho affrontato assalti alla baionetta contro eventi climatici che sembravano avere qualcosa di personale contro di me: trombe d’aria, temporali improvvisi, nevicate che distruggono la macchina. La macchina che non è un mezzo, è **l’unico capitale** che hai. Quando si rompe, non perdi solo un pezzo di ferro, perdi tempo, lavoro, dignità.

E poi le crisi di identità. Non una, tante. Professionali, personali, esistenziali. Quelle che ti fanno guardare allo specchio e chiederti se sei tu quello sbagliato o se è tutto il resto ad esserlo.

Combattimenti all’ultimo nichelino con amministratori delegati di multinazionali. Gente con stipendi a sei zeri che discute per cento euro come se stesse difendendo l’onore della famiglia. Manie di onnipotenza, tasche cucite e sorrisi di plastica.

Studiare, sempre. Anche quando non serve a nulla

Ho dovuto studiare in continuazione.

Non per passione – anche – ma per **sopravvivenza**. Il diritto allo studio l’ho difeso come si difende una trincea, spesso da solo. Ho sofferto, ignorato offese, pianto in silenzio. Mi sono accontentato. Ho guardato alle spalle per paura dei colleghi infami. Sì, infami veri, di quelli che ti sorridono mentre ti preparano la fossa. E il bello è che con alcuni ho ancora a che fare. La vita ha un senso dell’umorismo discutibile.

Mi sono incazzato.

Mi sono stancato.

Mi sono stancato di essere incazzato.

Fino ad arrivare a un infarto. Una parola secca, che non ha bisogno di aggettivi. Lì capisci che il corpo ha deciso di parlare perché tu non ascoltavi più.

Sono stato alle dipendenze di persone con la terza media. Senza titoli davanti al nome. Senza “Dott.”, “Ing.”, “Prof.”. Persone che, però, sapevano cosa volevano. Esigenti, capaci, corrette. Puntuali, soprattutto nelle scadenze bancarie. E io queste persone le ricordo volentieri. Le ringrazio ancora. Perché mi hanno insegnato che **l’intelligenza non è un titolo**, è un comportamento.

Poi ho conosciuto imprenditori con tre lauree e master vari, che non mi hanno mai pagato. Mai. Curriculum scintillanti, etica invisibile. Tutto questo senza una rete di protezione sindacale. Niente malattia, niente ferie pagate, niente diritti automatici. Se ti slogavi una caviglia a calcetto la domenica, il lunedì eri comunque lì. Se ti ammalavi, erano affari tuoi.

Riprodurti? Sì, certo, come no. Con quali garanzie? Con quali benefit? Dovevi preoccuparti del fine mese, non del futuro.

Giovane polemico, adulto polemico

Allora ero un giovane polemico, inesperto e rompi scatole.

Ora sono un adulto polemico, brontolone, professionista. Sempre rompi scatole.

La coerenza è l’unica cosa che non mi hanno mai tolto.

Ho avuto le mie chance. Non voglio fare la vittima. Ho fatto la gavetta. Sono cresciuto. Ho preso aumenti che non avevo chiesto. Ho scelto. Non mi sono mai affezionato a un’azienda, a un marchio, a una categoria. Mi sono affezionato **al mio lavoro**. A quello sì.

E a un certo punto ho detto basta. Ho detto che quella vita, così com’era, non mi apparteneva più. Ma questa è un’altra storia. Forse un altro ebook. Un altro capitolo della ragnatela.

Come un capitolo a parte sono gli affetti. Persone che hanno approfittato, che hanno preso e poi se ne sono andate quando non servivo più. Fa male? Sì. Sorprende ancora? No.

Questa è la mia normalità.

E se ti sembra assurda, probabilmente è perché ti somiglia più di quanto vorresti ammettere.

Perché raccontare tutto questo

Raccontare non serve a giustificarsi.

Serve a **non sparire**. Anche se un mio super potere è proprio quello di rendermi invisibile

non è una lezione. Non è una morale. È una voce che si muove nella ragnatela, tocca i fili, inciampa nei buchi, ride quando può e bestemmia quando serve.

Se mi segui, non ti prometto ordine.

Ti prometto verità storte.

Ti prometto storie che non finiscono dove dovrebbero.

Ti prometto che ogni tanto ti sentirai meno solo.

E forse, in mezzo a questo disordine, capiremo entrambi che non siamo rotti.

Siamo solo stati **usati troppo a lungo senza manutenzione**.

Seguitimi.