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Caro Uomo del 1959,
ho ricevuto la tua lettera. Tranquillo non è uno scherzo. Non sono il quotidiano il tempo. Sono proprio quel tempo che ti ho dato. Ti parlo in un sogno ma se preferisci dire che ti scrivo fallo pure. Nel sogno non sono quello che immagini e va bene tutto. Nei sogni non esisto ma questo non lo percepisci ancora.
La tua lettera non è arrivata in ritardo — con me non succede mai — ma è arrivata nel momento giusto, che è un concetto diverso e che gli esseri umani capiscono solo dopo una certa età.
Scrivi che scrivermi è come gridare contro il vento.
Permettimi una prima nota ironica:
se fosse davvero così, non mi avresti scritto con tanta precisione, memoria e rabbia lucida.
Il vento non riceve lettere così ben costruite.
Io sì.
Non ti risponderò per cortesia.
Non ti risponderò per compassione.
Ti risponderò perché, dopo 65 anni passati insieme, te lo sei guadagnato.
Dividerò questa risposta in parti, perché so che ami l’ordine funzionale: non quello estetico, ma quello che serve a far combaciare i pezzi.
Cominciamo dalla domanda che ti tormenta, come se io fossi un conto corrente morale:
“Ho usato bene il mio tempo?”
La risposta breve è: sì.
La risposta vera è: non come pensavi, ma come potevi.
Tu appartieni a una generazione cresciuta con l’idea che il tempo andasse riempito, non ascoltato.
Produrre. Fare. Imparare. Resistere.
Non fermarsi era una virtù, non una fuga.
E infatti non ti sei fermato.
Hai usato tempo per imparare mestieri veri, quelli che lasciano calli invisibili.
Hai usato tempo per costruire competenza, mentre il mondo iniziava a premiare l’apparenza.
Hai usato tempo per servire, prima lo Stato, poi il lavoro, poi gli altri.
Ti sei spesso chiesto se stessi “vivendo davvero”, senza renderti conto che stavi vivendo esattamente come si vive quando non si fa scena.
Hai usato bene il tuo tempo perché:
non lo hai passato a spiegare chi eri, ma a diventarlo.Non lo hai investito in promesse, ma in abilità. Non lo hai speso per sembrare migliore, ma per fare meglio
Certo, hai perso ore.
Giornate intere.
Anni che ora guardi con un sopracciglio alzato.
Ma lascia che te lo dica io, che le conto tutte, il tempo perso è quello che non insegna nulla.
Il tuo tempo, anche quando faceva male, insegnava.
Mi chiedi se potevi fare di meglio. Qui mi fai sorridere.
Perché questa domanda nasce sempre da un’illusione che esistesse una versione di te più efficiente, più saggia, meno ferita, che avrebbe potuto fare tutto “meglio”.
Esiste solo nelle retrospettive o in mondi paralleli
E io, che le retrospettive le vedo tutte, ti assicuro che non sono mai vissute.
Potevi fare di meglio?
Sì. Certo che potevi.
Potevi ascoltare di più e reagire di meno
Potevi proteggerti senza diventare impermeabile
Potevi dire “basta” prima, invece di resistere per principio
Ma permettimi un po’ di ironia crudele, se avessi fatto tutto questo, non saresti tu.
Saresti stato più comodo o forse più leggero e anche più felice, a tratti.
Ma non avresti avuto, quella precisione morale che ti rende allergico alla superficialità, quella capacità di reggere il peso senza lamentarti troppo o quella competenza che non ha bisogno di essere certificata da un foglio o da un concorso.
Tu non sei il risultato delle scelte giuste.
Sei il risultato delle scelte sostenute fino in fondo.
E questo, per me, vale di più.
E poi lo so che mi chiedi “Quanto tempo ti resta”
E’ una domanda che di solito viene fatta quando si inizia a sentire il corpo parlare più forte dell’ego.
Vuoi un numero o una stima come una finestra temporale da amministrare per potere mettere in pace qualcosa.
E invece ti do una risposta che ti farà arrabbiare un po’, perché è la mia specialità, non è importante quanto tempo ti rimane.
È importante che ora tu sappia che ne rimane.
Fino a qualche anno fa, vivevi come se io fossi una risorsa abbondante.
Ora mi guardi come si guarda un metallo raro, con rispetto, con attenzione, con meno sprechi. Come acqua in un deserto
Il tempo che ti resta non è meno di quello che hai vissuto in intensità e ti basterà
È solo più concentrato.
È un tempo in cui, le persone superflue cadono da sole, le parole inutili stancano e le giornate vuote pesano più di quelle faticose
Di sicuro non aspettarti anni “grandi” ma aspettati momenti veri.
E credimi, un momento vero vale più di un decennio distratto.
Ora permettimi di essere diretto.
Non sei più nella fase in cui devi dimostrare di saper stare in piedi. Lo hai dimostrato.
Ci stai già.
Il tempo che ti resta non va usato per, rincorrere riconoscimenti tardivi, correggere chi non vuole imparare o salvare chi ha scelto di non nuotare
Va usato per scegliere.
Scegliere chi merita accesso alla tua attenzione, cosa vale la tua energia o quando dire “non mi riguarda più”
Usalo per trasmettere, non per accumulare.
Il sapere che non passa è sapere sprecato.
Usalo per restare, non per trattenere.
Chi vuole esserci, resta anche senza catene.
Usalo per guardare, non per giudicare.
Hai già capito abbastanza.
E soprattutto, usalo con ironia verso te stesso, quando ti prendi troppo sul serio ironia verso il mondo, quando si crede nuovo ma ripete gli stessi errori e usa la tua ironia verso me, quando cerco di spaventarti
Perché l’ironia è l’unica vera forma di libertà che ti e’ concessa.
Non ti sei mai sentito “al posto giusto” nel momento giusto.
Eppure sei sempre stato esattamente dove dovevi essere per imparare ciò che ora sai.
Sei stato, troppo serio in un mondo che iniziava a scherzare su tutto, troppo preciso in un’epoca di approssimazioni
e troppo fedele a valori che davano meno dividendi
E oggi, ironia delle ironie, queste stesse cose ti rendono necessario, anche quando non sei celebrato.
Non cercare più di essere capito da tutti tanto non lo sei mai stato, e va bene così.
Chi ti ha capito davvero, lo ha fatto in silenzio e spesso, anni dopo.
Hai chiesto se hai usato bene il tuo tempo.
Sì.
Hai chiesto se potevi fare di meglio.
Forse, ma non a questo prezzo.
Hai chiesto quanto tempo ti rimane.
Abbastanza per essere onesto, non abbastanza per mentire.
Hai chiesto come usarlo.
Con meno paura e più scelta.
Io continuerò a scorrere.
Tu continuerai a camminare.
Ma ora, finalmente, non stiamo più correndo l’uno contro l’altro.
Firmato,
Il Tempo
