![]()
Caro Tempo,
scrivere a te è un po’ come gridare contro il vento: so che mi senti, ma so anche che non rallenterai il passo per rispondere.
Eppure, oggi, sento il bisogno di metterti davanti a uno specchio.
Sono nato il 22 agosto 1959, mentre il mondo cercava di capire come gestire la Guerra Fredda e l’America accoglieva le Hawaii come 50° Stato.
Da quel giorno, sei stato il mio compagno invisibile, a tratti un tiranno spietato, a tratti un complice silenzioso.
Questa non è una lettera di cortesia.
È un bilancio e, in parte, un ringraziamento che sa di salsedine e polvere
Caro Tempo, guardando indietro a questi miei 65 anni, provo una rabbia sorda per come hai permesso che il mondo si evolvesse – o meglio, si involvesse.
Nel 1959 speravamo nel progresso, ma cosa ci hai dato?
Abbiamo visto l’uomo camminare sulla Luna nel 1969 (mentre io ero un ragazzino che sognava il futuro), per poi vederlo distruggere la Terra con un’avidità senza precedenti.
Mi fa rabbia vedere come le guerre non siano mai cambiate, hanno solo cambiato nome e tecnologia.
Dal Vietnam ai conflitti che oggi incendiano i confini dell’Europa, sembri divertirti a vederci commettere gli stessi errori. Hai visto cadere il Muro di Berlino nell’89, facendoci credere in un’era di pace, per poi servirci l’11 settembre e un mondo fatto di muri ancora più alti, anche se invisibili.
Mi fa rabbia la velocità con cui hai trasformato la comunicazione in rumore, la verità in “post-verità” e l’empatia in un like distratto.
Nonostante il caos globale, devo ringraziarti per il dono più grande: i miei genitori.
In un dopoguerra faticoso, mi hanno insegnato la dignità.
Mi hanno dato radici profonde in un mondo che stava imparando a diventare liquido.
Se oggi sono l’uomo che scrive queste righe, è perché ho avuto la fortuna di osservare il loro esempio di amore e sacrificio.
Mi hanno dato gli strumenti per misurare te, Tempo, non con l’orologio, ma con i valori.
Poi sono arrivati quegli anni.
Tra il 1978 e il 1980, mentre l’Italia viveva gli “anni di piombo” e il trauma del caso Moro, io indossavo la divisa della Marina Militare.
Due anni che porto ancora cuciti addosso.
Ti ringrazio per la disciplina e per quella vastità dell’orizzonte che solo chi ha navigato può capire.
In quegli anni, mentre la tecnologia faceva passi da gigante (il primo microprocessore Intel era già realtà e i computer iniziavano a uscire dai laboratori), io imparavo a leggere le persone e il mare.
È stato lì che ho capito che il tempo non è solo una linea retta, ma un’onda che va affrontata con la schiena dritta.
Dall’80 in poi, sono diventato un artigiano e un tecnico della visione.
Ho passato decenni davanti a libri e a modellare lenti oftalmiche, cercando di correggere i difetti visivi di un mondo che, ironicamente, sembrava vedere sempre meno dove stesse andando.
Ti ringrazio per le persone meravigliose che mi hai fatto incontrare.
Soprattutto le donne.
Donne che hanno avuto la pazienza di leggermi dentro, di capirmi quando io stesso ero un labirinto.
Mi hanno insegnato che l’amore è l’unico modo che abbiamo per fermarti, Tempo.
In un istante di comprensione profonda, tu smetti di scorrere.
Non posso però dimenticare chi mi ha usato.
Quelli che hanno visto la mia disponibilità e i miei sentimenti come un bancomat emotivo da cui prelevare senza mai versare.
Mi hanno lasciato più povero di energie, ma più ricco di cinismo consapevole.
A loro dedico solo un accenno, perché non meritano il mio spazio, e il mio tempo, ma servono a ricordare che non tutto ciò che brilla, splende di luce propria.
Chiedo scusa a chi non ho dato la giusta importanza.
A chi ho deluso perché ero troppo preso dal rincorrere le mie scadenze o i miei fantasmi.
La presunzione di avere sempre “un domani” è il peccato originale di noi umani.
Chiedo scusa a chi meritava un ascolto che non ho dato.
Siamo arrivati nel 2026. L’intelligenza artificiale scrive poesie e le auto iniziano a guidare da sole, ma io sono ancora qui, con la mia storia del 1959.
Sono un ottico che sa guardare lontano, un marinaio che non teme la tempesta e un docente che ha ancora voglia di spiegare il mondo.
Tempo, non ti chiedo di fermarti.
Ti chiedo solo di continuare a essere generoso con i ricordi, ora che la vista si fa un po’ meno nitida ma la visione d’insieme è finalmente chiara.
Entrare in un’aula dopo vent’anni passati tra macchinari industriali, mole e calibri è stato come cambiare focale all’improvviso: dal dettaglio infinitesimale di una lente progressiva alla complessità caotica di una mente giovane.
Caro Tempo, se nel 2002 ho iniziato la libera professione per necessità di autonomia, l’insegnamento è stato il tuo regalo più inaspettato. Insegnare meccanica e ottica non è stato solo trasmettere formule sulla rifrazione o tolleranze meccaniche; è stato un atto di resistenza contro la superficialità moderna.
Quando sono entrato in una classe per la prima volta, mi sono reso conto che i ragazzi che avevo davanti erano nati in un mondo che aveva abbandonato l’analogico per il digitale.
Mentre io venivo da un’epoca in cui la precisione si misurava con il tatto e l’esperienza, loro erano immersi in una realtà dove tutto sembrava risolvibile con un click.
L’ironia del mestiere: Spiegavo loro che la luce segue leggi immutabili da miliardi di anni, mentre il software che usavano per simulare diventava obsoleto in sei mesi.
La Meccanica come filosofia: Insegnare meccanica mi ha permesso di mostrare loro che, se un pezzo non combacia, non puoi dare la colpa a un bug.
La materia non mente.
C’è una moralità intrinseca nel metallo e nel vetro: o è fatto bene, o non lo è.
Mentre correggevo i compiti o assistevo i ragazzi nei laboratori di ottica, fuori dalle mura scolastiche tu, Tempo, correvi come un pazzo.
Nel 2004, l’atterraggio dei rover Spirit e Opportunity su Marte ci ricordava quanto fosse precisa l’ottica che permetteva di vedere mondi lontani.
Portavo questi eventi in aula. Dicevo agli studenti: “Vedete, la lente che state molando oggi è la stessa tecnologia che permette ai telescopi spaziali di guardare indietro nel tempo”.
Cercavo di dare loro un senso di appartenenza a una storia più grande, professionale e umana.
Insegnare mi ha costretto a fare i conti con la mia rabbia verso il mondo.
Vedevo nei giovani la stessa fame che avevo io nel 1978, ma anche una fragilità nuova, figlia di un tempo che non lascia spazio all’errore.
Mi sono trovato a essere non solo il docente che spiegava la legge di Snell (n1sinθ1=n2sinθ2), ma anche l’adulto che doveva dare conforto.
Molti di loro venivano da famiglie frammentate, le stesse che nel 1959 erano il pilastro della società.
Ho cercato di essere per loro quello che i miei genitori erano stati per me: un punto fermo.
C’è un’ironia sottile nel mio percorso, ho fatto il marinaio ma anche il Direttore di Produzione.
Il magazziniere e il libero professionista. La guardia e…il ladro ma, ho avuto anche il coraggio di avere l’umiltà e la grinta necessarie per scendere dal piedistallo del “tecnico esperto” e mettermi al livello di un diciottenne che non sa nemmeno da che parte si impugna un calibro. Ben diverso da quello che vedo adesso dove basta un foglio per sentirsi arrivati.
Ho insegnato che l’ottica non è solo vendere occhiali; è restituire la vista, è permettere a una persona di leggere un libro o di guardare negli occhi chi ama.
È una missione professionale nobile, che richiede etica, non solo logica aziendale.
Caro Tempo, oggi quando incontro un mio ex studente che lavora in un centro ottico o in un’officina meccanica e mi saluta con rispetto, capisco che i miei anni trascorsi in cattedra sono stati l’investimento migliore. Ho seminato precisione in un mondo approssimativo.
Caro Tempo, facciamo un salto indietro, un “fermo immagine” su quel biennio che ha segnato il confine tra il ragazzo che ero e l’uomo che sarei diventato. 1978-1980.
Due anni con la divisa della Marina addosso, mentre l’Italia tremava sotto i colpi del terrorismo e la politica viveva il suo momento più buio con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.
In quegli anni, tu sembravi scorrere in modo diverso: scandito dal fischio del nostromo, dai turni di guardia e dal rumore metallico delle paratie.
La disciplina non era un concetto astratto, era una necessità di sopravvivenza e di convivenza.
Entrare in Marina a diciotto anni significava capire immediatamente che il “singolo” non esiste senza l’equipaggio.
Se qualcuno sbagliava a serrare una valvola o a leggere una rotta, le conseguenze erano per tutti.
Ti ringrazio, Tempo, per avermi regalato quella durezza.
Mi serviva.
Mi serviva per capire che il rispetto non si chiede, si guadagna sul campo.
Ricordo le notti in mare aperto, sotto cieli così stellati che sembravano quasi premere sulla pelle.
Nel 1979, mentre io guardavo quelle stelle da una motovedetta, la sonda Voyager 1 passava accanto a Giove, regalandoci le prime immagini ravvicinate di un mondo alieno.
C’era un contrasto incredibile: noi bloccati in una disciplina ferrea, quasi ottocentesca, e l’umanità che lanciava i suoi occhi tecnologici verso l’infinito.
Quando, decenni dopo, mi sono trovato davanti ai miei studenti nelle scuole di meccanica e ottica, ho portato con me quel “metodo Marina”.
I ragazzi di oggi spesso confondono la libertà con l’assenza di regole. Io cercavo di spiegare loro che la disciplina non è una punizione, ma una forma di libertà superiore.
In Marina: Se non tieni in ordine la tua branda, manchi di rispetto allo spazio comune.
In Officina: Se non tieni in ordine il tuo banco e i tuoi strumenti di precisione, manchi di rispetto al lavoro e al cliente che riceverà quegli occhiali.
C’era un’ironia professionale che amavo sottolineare: in Marina impari a guardare l’orizzonte per capire dove vai; nell’ottica impari a guardare attraverso una lente per capire cosa hai davanti.
In entrambi i casi, se la tua “ottica” è sporca o distorta, vai a sbattere.
A volte, guardando quegli studenti, provavo una rabbia malinconica.
Io a vent’anni avevo la responsabilità di macchinari complessi e la consapevolezza di far parte di un’istituzione dello Stato.
Loro, a vent’anni, sembravano spesso persi in un eterno presente, senza un “Nord” magnetico da seguire.
Ho cercato di trasmettere loro che la professionalità è la divisa che non si toglie mai.
Quando insegnavo la tolleranza di un decimo di millimetro nella lavorazione di una lente, non ero solo un docente di ottica: ero il marinaio che sapeva che in mare un grado di errore sulla bussola, dopo mille miglia, ti porta in un altro continente.
Nel 1980, quando ho posato la divisa per entrare nelle aziende di ottica, il mondo stava cambiando di nuovo.
Iniziava il decennio dell’edonismo, dei computer personali (l’Apple III usciva proprio allora) e di una velocità che avrebbe finito per travolgere molti.
Ma io avevo le gambe solide: il rollio della nave mi aveva insegnato a mantenere l’equilibrio anche quando tutto intorno si muove.
Caro Tempo, quei due anni sono stati il mio “trattamento termico”: mi hanno temprato per resistere ai licenziamenti futuri, alle delusioni di chi mi ha usato e alla fatica della libera professione.
Mi hanno insegnato che, anche quando la nebbia è fitta, un buon marinaio (e un buon ottico) sa sempre dove cercare la luce.
Caro Tempo, eccoci arrivati al punto in cui la penna scava più a fondo, dove l’inchiostro si fa amaro e poi, spero, finalmente trasparente come una lente ben pulita.
Dobbiamo parlare di ferite: quelle inferte dal sistema e quelle, più subdole, inferte dalle persone.
Ho visto nascere le prime lenti di massa, ho visto l’avvento dei sistemi CAD-CAM nella produzione oftalmica. Mentre la scienza nel 1997 clonava la pecora Dolly, dimostrando che la vita poteva essere replicata in serie, io iniziavo a capire che anche noi lavoratori, per certe aziende, eravamo diventati “cloni” intercambiabili.
Poi è arrivato il giorno del licenziamento. Quella frase gelida: “Non servi più alle logiche aziendali”. In quel momento, Ho odiato ogni minuto che avevo regalato a chi, alla fine, vedeva in me solo una riga su un bilancio, un costo da tagliare per far quadrare i conti di qualche consiglio d’amministrazione.
.Caro Tempo, hai visto passare nella mia vita persone che non cercavano me, ma quello che potevo offrire. Persone che hanno approfittato della mia generosità, del mio entusiasmo, di quel vizio antico che ho di credere che tutti abbiano un codice d’onore.
Mi riferisco a chi ha usato la mia professionalità e i miei sentimenti come un paracadute per le proprie insicurezze, per poi lasciarmi a terra non appena ha trovato un volo più comodo.
Persone che entravano nella mia vita per sottrarre energia, idee e amore, senza mai avere l’intenzione di costruire nulla.
Provo rabbia? Sì.
Provo rabbia per il tempo che mi avete rubato, perché tu, Tempo, sei l’unica risorsa non rinnovabile. Ma anche qui, c’è un’ironia sottile: chi approfitta degli altri è come una lente di scarsa qualità.
Può ingrandire le cose per un po’, ma alla fine distorce la realtà e crea solo mal di testa.
Io ne sono uscito con molte cicatrici, ma con la montatura ancora intatta. Voi siete rimasti piccoli, prigionieri della vostra necessità di usare gli altri per sentirvi qualcuno.
Mentre vivevo questi tradimenti personali e professionali, tu, Tempo, facevi girare il mondo a una velocità folle:
Ma non sarei onesto se puntassi solo il dito.
Chiedo scusa a chi ho deluso.
Chiedo scusa a quelle persone che, nel rumore della mia rabbia o nell’affanno della mia carriera, sono rimaste in ombra.
A volte, per difendermi da chi mi usava, ho alzato muri così alti da tenere fuori anche chi voleva solo volermi bene.
Ho dato per scontato presenze che erano doni, e per questo, a te Tempo che non torni indietro, chiedo di recapitare questo mio rincrescimento.
Caro Tempo, siamo arrivati a oltre 65 anni di viaggio.
Ho visto l’Italia cambiare pelle, ho visto la tecnologia trasformare il vetro in bit, e ho visto me stesso cadere e rialzarmi più volte di quante ne voglia contare.
Sono un uomo del ’59: ho il ferro della Marina nel sangue, la precisione dell’ottico nelle mani e la pazienza del docente nel cuore.
