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Quando ho visto le immagini della festa di Capodanno a Crans-Montana, il pensiero che mi è venuto spontaneo non è stato quello di un incendio o di un incidente isolato. La scena mi ha richiamato alla mente un’altra immagine, molto più antica e sedimentata nell’immaginario collettivo: il Titanic che affonda mentre l’orchestra continua a suonare. Due contesti lontanissimi nel tempo e nello spazio, eppure sorprendentemente simili nella dinamica profonda che li attraversa. In entrambi i casi, ciò che colpisce non è solo la presenza del pericolo, ma la sua rimozione.
Sul Titanic, anche dopo l’impatto con l’iceberg, la musica non si fermò subito. Continuare a suonare serviva a mantenere la calma, a evitare il panico, a preservare l’illusione che tutto fosse sotto controllo. A Crans-Montana accade qualcosa di analogo: la musica continua, le persone ballano, il ritmo non si interrompe nemmeno quando il fuoco inizia a scorrere sul soffitto. In entrambi i casi, il suono diventa una barriera psicologica contro la realtà. Finché la musica va avanti, sembra che la situazione non possa essere davvero grave.
Il Titanic era considerato inaffondabile. Questa convinzione non era solo marketing, ma un vero e proprio stato mentale condiviso. La fiducia nella tecnologia, nel progresso e nella progettazione umana aveva anestetizzato la percezione del rischio. Allo stesso modo, oggi viviamo immersi in un contesto che ci fa sentire protetti per definizione. Locali, eventi, infrastrutture: diamo per scontato che qualcuno abbia già pensato a tutto. Questa fiducia cieca crea un effetto collaterale pericoloso: smettiamo di osservare, di valutare, di reagire.
Un altro parallelo inquietante riguarda le scialuppe. Sul Titanic non ce n’erano abbastanza per tutti. Non per un errore casuale, ma perché si riteneva improbabile doverle usare davvero. Anche in questo caso, la sicurezza era stata pensata più come requisito formale che come necessità concreta. A Crans-Montana le “scialuppe” moderne – vie di fuga adeguate, spazi sicuri, prevenzione reale – sembrano ugualmente insufficienti o, quantomeno, non interiorizzate come essenziali. Esistono forse sulla carta, ma non nella percezione di chi si trova dentro l’evento.
Ciò che mi colpisce maggiormente è il comportamento delle persone comuni in entrambi gli scenari. Sul Titanic molti passeggeri rimasero nelle sale comuni, esitavano, non credevano davvero che la nave potesse affondare. Alcuni salirono sulle scialuppe solo dopo molto tempo, altri non salirono affatto. Non perché fossero stupidi, ma perché il cervello umano fatica ad accettare un cambiamento improvviso di scenario. Una crociera di lusso non può trasformarsi in una catastrofe nel giro di poche ore. Una festa non può diventare una trappola mortale nel giro di pochi minuti. Eppure succede.
La musica che continua a suonare è il simbolo più potente di questa negazione. È come se il contesto cercasse di preservare la propria identità fino all’ultimo istante. Finché balliamo, finché brindiamo, finché l’orchestra suona, la realtà non può imporre le sue leggi. Ma la fisica non ascolta la musica. Il mare non si ferma per rispetto dell’orchestra. Il fuoco non rallenta perché la festa è ancora in corso.
C’è poi un altro elemento che unisce questi due episodi: la delega totale della responsabilità. Sul Titanic, i passeggeri si affidavano all’equipaggio, alla nave, alla tecnologia. A Crans-Montana, le persone sembrano affidarsi al locale, all’organizzazione, al fatto che “se fosse davvero pericoloso, qualcuno direbbe qualcosa”. In entrambi i casi, il singolo abdica al proprio giudizio. E quando tutti delegano, nessuno agisce.
La differenza principale, forse, sta nel modo in cui oggi viviamo e raccontiamo il pericolo. Sul Titanic non c’erano smartphone, non c’era la possibilità di documentare in tempo reale. Oggi, invece, la prima reazione di fronte a qualcosa di anomalo è spesso quella di riprendere. È come se registrare l’evento lo rendesse meno reale, meno urgente. Ma anche questo ha un suo parallelo storico: sul Titanic molti passeggeri osservavano l’iceberg, guardavano l’acqua entrare, commentavano. Guardare, anziché agire, è una tentazione antica.
La mancanza di scialuppe per tutti è forse l’aspetto più crudele dell’analogia. Non solo perché indica un’insufficienza materiale, ma perché rivela una scelta culturale: l’idea che non sia necessario prevedere il peggio. Le scialuppe occupavano spazio, rovinavano l’estetica, ricordavano la possibilità della morte. Meglio ridurle al minimo. Allo stesso modo, oggi spesso consideriamo le norme di sicurezza come un intralcio, qualcosa che rovina l’atmosfera, che limita l’esperienza. Ma ogni regola ignorata è una scialuppa in meno.
Quello che emerge, guardando queste due storie in parallelo, è una difficoltà cronica ad accettare i limiti. Limiti della tecnologia, dell’organizzazione, del controllo umano sulla realtà. Preferiamo credere che tutto sia sotto controllo, che qualcuno abbia già pensato al peggio, che il rischio sia remoto. E quando il rischio si manifesta, continuiamo a comportarci come se non fosse reale, perché ammetterlo significherebbe interrompere la musica, cambiare ruolo, rinunciare alla festa.
Per me, la lezione è scomoda ma necessaria. Il Titanic non affondò solo per un iceberg, ma per una catena di sottovalutazioni, di eccessi di fiducia, di segnali ignorati. Allo stesso modo, episodi come quello di Crans-Montana non parlano solo di un incendio, ma di una cultura che fatica a riconoscere il pericolo quando non si presenta in forma spettacolare e immediatamente comprensibile.
Finché continueremo a suonare mentre l’acqua sale, finché continueremo a ballare mentre il fuoco scorre sopra le nostre teste, finché accetteremo di salire su navi senza scialuppe sufficienti, continueremo a raccontarci che è stata sfortuna. Ma la verità, spesso, è che abbiamo scelto di non guardare. E la musica, per quanto bella, non potrà mai tenerci a galla.
