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Non ricordo quando ho iniziato a sospettare che il tempo non fosse solo una misura, ma una presenza. Forse è successo lentamente, come accadono le cose importanti: senza un momento preciso a cui aggrapparsi. So solo che, a un certo punto della mia vita, ho smesso di chiedermi che ore fossero e ho iniziato a domandarmi dove fosse il tempo quando non lo stavo guardando.
Ecco che ho avuto il desiderio non di spiegare il tempo, ma dal bisogno di ascoltarlo. Intervistarlo sarebbe stato inutile. Il tempo non si lascia sedere su una sedia, non risponde a domande dirette, non firma liberatorie. Il tempo scappa, scivola, si frantuma. Eppure, come tutte le cose che sembrano irraggiungibili, ha una crepa. Un luogo dove abbassa la guardia.
Nei sogni il tempo non si comporta bene. Non procede in fila indiana, non rispetta le precedenze, non obbedisce agli orologi. Nei sogni un minuto può contenere un’infanzia intera e una vita può durare il tempo di un respiro. È lì che ho deciso di incontrarlo. Non per caso, ma per appuntamento. Pensate cosa può fare la luce in un ora che dormiamo. Percorrere spazi immensi e tornare senza che ce ne accorgiamo. La nostra mente e’ fatta di impulsi elettrici e ha la stessa capacità. Mentre dormiamo il tempo come lo intendiamo non esiste perché la stessa mente non e’ condizionata dalla nostra cultura.
Un fotone non ha massa e non “invecchia”; esiste solo nel momento in cui viene emesso o assorbito.
Allo stesso modo, la nostra coscienza e i nostri pensieri non sono oggetti fisici che puoi toccare, ma processi. Un pensiero esiste solo nel momento in cui i neuroni comunicano tra loro. Proprio come la luce è un evento energetico, il tuo “io” è un evento biologico che accade istante dopo istante. Ok, non entro nei dettagli perché qualcuno oltre che annoiarsi mi prenderebbe come uno scappato da casa. Da qui in poi si entra nella fisica quantistica, sappiatelo.
Il meccanismo è semplice solo in apparenza. Prima di dormire preparo il terreno. Spengo tutto ciò che misura: telefoni, sveglie, notifiche. Lascio accesa una luce minima, quanto basta per non sentirmi già scomparso. Poi mi sdraio e penso a una sola frase, sempre la stessa, come una chiave infilata nella serratura:
“Ci vediamo dove non esisti.”
Non so se sia un invito o una provocazione. So che funziona.
Il primo sogno in cui il tempo si è presentato non assomigliava affatto a un sogno. Era fin troppo coerente. Mi trovavo in una stazione che non figurava in nessuna mappa. Non c’erano treni in arrivo né in partenza, eppure i binari si perdevano all’orizzonte come se qualcosa dovesse prima o poi accadere. L’aria aveva l’odore del ferro bagnato e delle pagine vecchie. Il cielo non era né giorno né notte: una luce uniforme, senza ombre, come se qualcuno avesse dimenticato di regolare il contrasto del mondo.
Camminavo senza fretta, ed era la prima cosa strana. Non sentivo urgenza. Nessuna ansia di arrivare, nessuna paura di perdere qualcosa. Ogni passo era completo in sé. Fu allora che capii di essere nel posto giusto.
Il tempo non arrivò. Era già lì.
Non aveva forma definita, ma neppure era informe. Se avessi dovuto descriverlo, avrei detto che somigliava a una persona fatta di attimi: frammenti sovrapposti, movimenti lievemente sfalsati, come un’immagine che non ha ancora deciso quale versione di sé mostrare. Quando mi guardava — se così si può dire — avevo l’impressione che stesse osservando non me, ma tutte le mie possibilità.
“Sei in ritardo,” disse.
Sorrisi. “È un’accusa curiosa, detta da te.”
Il tempo non rise. Non perché non avesse senso dell’umorismo, ma perché l’umorismo, per lui, arriva sempre dopo. Fece un gesto vago verso la stazione.
“Questo è uno dei pochi luoghi dove posso fermarmi,” spiegò. “Non perché io ne abbia bisogno, ma perché tu sì.”
Mi sedetti su una panchina che sembrava aspettarmi da anni. Il legno era liscio, consumato da presenze che non ricordavo di aver vissuto.
“Perché nei sogni?” chiesi.
“Perché qui non mi chiedi di scorrere,” rispose. “Qui mi lasci essere.”
In quel momento capii la regola fondamentale di questi incontri: non avrei fatto domande sul futuro. Il tempo detesta le profezie. Avrei potuto però chiedergli del senso, della trama, delle connessioni invisibili che nella veglia si spezzano.
La stazione iniziò a mutare lentamente. I binari si piegarono, diventando corridoi. Le pareti si ricoprirono di porte, ognuna con una maniglia diversa. Alcune erano consumate, altre ancora lucide, come se nessuno avesse mai osato toccarle.
“Queste sono le tue stanze,” disse il tempo. “Tu le attraversi in sequenza. Io le vedo tutte insieme.”
Mi alzai e aprii una porta a caso. Dentro c’era una cucina della mia infanzia. Il tavolo era apparecchiato, ma non c’era nessuno. Sentii un nodo allo stomaco.
“Perché mi fai vedere questo?”
“Non te lo faccio vedere,” rispose. “Tu ci torni. Io mi limito a non impedirlo.”
Camminammo. O forse restammo fermi mentre tutto si muoveva. È difficile dirlo. Nei sogni il linguaggio perde precisione, ma guadagna verità. Ogni stanza conteneva una versione di me: quello che ha aspettato troppo, quello che è andato via troppo presto, quello che ha avuto paura di essere felice.
“Mi stai spiegando la mia vita?” chiesi.
“No,” disse il tempo. “Ti sto mostrando come la racconti.”
Quella frase rimase sospesa, pesante come una campana che non suona più. Compresi allora che questo blog non sarebbe stato un dialogo nel senso comune. Sarebbe stato un resoconto di incontri impossibili, un tentativo di tradurre ciò che il tempo dice quando smette di correre.
Prima che il sogno iniziasse a dissolversi, il tempo si voltò verso di me.
“Non cercare di ricordare tutto,” mi avvertì. “Ricorda solo ciò che ti cambia.”
Mi svegliai con la sensazione di aver perso qualcosa di enorme e, allo stesso tempo, di averne finalmente trovato il nome.
Questo è il primo appuntamento. Ce ne saranno altri. Ogni notte, se riuscirò a dimenticare abbastanza da poter sognare.
