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Ti guardo da più tempo di quanto tu possa immaginare. Non nel modo invadente di chi controlla, ma con l’attenzione stanca di chi ha imparato a riconoscere i segnali prima ancora che accadano. Ti osservo mentre ti sistemi al banco, mentre fingi di cercare qualcosa nello zaino per evitare lo sguardo, mentre prepari già una risposta che non ti è stata ancora chiesta.
Le storie che racconti sono tante. Troppe. Si accumulano come fogli spiegazzati in fondo a un cassetto che nessuno ha più voglia di riordinare. Ogni giorno ne ascolto a decine. Su una sola classe, poco più di venti studenti, venti mondi che cambiano forma in continuazione. Volti che nel giro di pochi mesi sembrano invecchiare, posture che si irrigidiscono, sguardi che si spengono o diventano sfida.
E io dovrei avere il tempo di capire tutto questo. Dovrei fermarmi, ricostruire, distinguere ciò che è vero da ciò che è solo una difesa. Ma quando? Tra una campanella e l’altra, tra una verifica e un consiglio di classe, tra scadenze che non lasciano spazio al pensiero.
E soprattutto: è davvero compito mio?
A volte mi chiedo dove finisca il mio ruolo. Se il confine sia netto o solo una linea tracciata per comodità. Posso spingermi oltre il programma? Posso entrare in territori che non mi appartengono senza diventare invadente? Posso permettermi di colmare silenzi che non ho creato io?
Mi faccio queste domande spesso, poi le metto da parte. Finché qualcosa riaffiora. Un’idea, una sensazione. Un pensiero che si presenta senza bussare e che non riesco a scacciare.
Tu mi somigli.
Non nei gesti, non nelle parole. Mi somigli per ciò che nascondi. Per quel modo di stare sempre un passo indietro, come se la vita fosse una partita a cui partecipi solo a metà. In te rivedo una versione di me che ho cercato di dimenticare. Sei la strada che avrei potuto percorrere se avessi continuato a rimandare, a giustificarmi, a lasciare che altri decidessero per me.
Arrivi spesso impreparato. Non perché non ci provi, ma perché ti fermi prima. Le giustificazioni arrivano puntuali, confezionate con cura. Un autobus che non passa, una sveglia che non suona, un impegno improvviso. Le ascolto, annuisco, segno un ritardo. Dentro, però, qualcosa si muove. Perché so che quella stessa versione dei fatti verrà raccontata anche a casa, forse con toni più drammatici o più rassicuranti, a seconda dell’interlocutore.
Immagino i genitori, la sera, stanchi quanto te. Parlano del problema, lo rimandano, lo diluiscono. “Domani ne parliamo”, “nel fine settimana”, “quando saremo più tranquilli”. Intanto il tempo passa e la questione resta sospesa, come una stanza chiusa a chiave che nessuno vuole aprire.
Gli adulti, spesso, sperano in una soluzione esterna. Un cambio di atteggiamento improvviso, una motivazione che scatta, un docente che riesce dove gli altri hanno fallito. Si affida tutto a un evento futuro, a qualcosa che ancora non c’è. E quando arriva il momento di fare i conti, tu porti con te un elenco di assenze altrui: mancanza di ascolto, spiegazioni poco chiare, contesto difficile.
E il sistema ti assolve.
Non perché tu abbia ragione, ma perché è più semplice così. La formula è sempre elegante, impersonale: “percorso fragile”, “difficoltà pregresse”, “situazione complessa”. Espressioni che non accusano nessuno e proteggono tutti. La responsabilità si dissolve, diventa nebbia. Nessuno l’ha davvero in mano.
Con te parlare di studio diventa un esercizio teorico. All’inizio dell’anno qualcuno propone un piano, un percorso personalizzato, un affiancamento. Le intenzioni sono sincere, almeno all’inizio. Poi la routine prende il sopravvento. Le verifiche si susseguono, i voti si accumulano, le buone intenzioni restano sul verbale.
Lo studio, quello vero, resta fuori. Non perché tu non abbia tempo, ma perché il tempo lo riempi altrove. Ore passate a scorrere contenuti senza fine, video che si susseguono uno dopo l’altro, chat che non portano da nessuna parte. La sera arriva sempre troppo in fretta, e con lei la stanchezza che giustifica tutto.
Eppure lo so: esiste ancora una possibilità. L’ho vista tante volte. È una porta che si apre solo con una chiave precisa: l’onestà.
“Professore, ci ho provato, ma mi sono perso. Ho letto, riletto, e non sono riuscito a capire.”
Se lo dicessi, cambierebbe tutto. Non sarebbe una soluzione immediata, ma sarebbe un inizio reale. E invece è proprio ciò che temo di sentire. Perché a quel punto non potrei più nascondermi dietro la burocrazia. Dovrei intervenire, scegliere, espormi. Dovrei accettare che aiutare davvero comporta anche il rischio di sembrare severi.
Così, in silenzio, preferisco la versione alternativa.
“Non ho finito perché sono tornato tardi dall’allenamento.”
“Perché ho aiutato un parente.”
“Perché avevo iniziato, ma poi è successo qualcosa.”
Sono scuse che non offendono nessuno. Tu non perdi la faccia, io resto umano. È un patto non scritto che ci permette di andare avanti senza scosse.
Nel frattempo la responsabilità rimbalza. A casa si dice che la scuola non motiva abbastanza, a scuola si pensa che la famiglia non segua abbastanza. Tu impari a stare nel mezzo, a usare il linguaggio giusto con ciascuno, a raccontare ciò che serve per non essere mai davvero messo alle strette.
E così si arriva alla fine dell’anno. Con la speranza, nemmeno troppo nascosta, che una valutazione finale sistemerà tutto. Che una frase generica giustificherà il percorso. Che nessuno dovrà dire apertamente che qualcosa è mancato.
Perché dire che “mancano le basi” è più facile che dire che manca il coraggio. Manca la costanza. Manca la verità detta al momento giusto. Manca la volontà di restare quando sarebbe più semplice lasciar perdere.
Scrivo questo non per accusare. Forse nemmeno per spiegare. Scrivo perché, senza accorgermene, sono entrato troppo a fondo in una storia che non è solo tua. È anche mia. È di chi osserva, di chi rimanda, di chi spera che il tempo sistemi ciò che richiederebbe una scelta.
E forse, proprio ora che stai leggendo, anche tu ti sei riconosciuto in una di queste pieghe.
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