CLANDESTINOIL MIO TEMPO

IL FASCINO DEL BUIO

E’ un viaggio bellissimo  fatto nell’oscurità dove si scoprono  sensazioni che si elaborano ancora a distanza di giorni. Stare al buio  in un ambiente “protetto” crea comunque angoscia. Percorro i primi passi sentendomi più goffo di un papero, nel buio improvviso con un bastone bianco che mi assicuro di legarmi saldamente al polso intuendo che se lo perdo sono spacciato.  Mentre avanzo in un mondo di colore nero mi aggrappo sempre di più alle fioche luci che vedo sul pavimento e poi ….poff, tutto si chiude dietro di me mentre impreco a sottovoce un non so cosa. Forse  mi sfugge subito il fatto che non sono solo anche se mi sento da solo,  ma ormai è tardi sono in un buio assurdo mai provato prima. Buio pesto. Penso che sia questione di attimi, forse minuti ma sono sicuro che mi adatterò ma più passa il tempo più mi accorgo che questo non succede e mi devo concentrare su quello che ho a disposizione altrimenti perdo l’orientamento e finisco per fare un disastro. E’ un  buio che non prevedevo e che, al primo impatto, mi angoscia.

Per un attimo resto di ghiaccio. Penso di uscire ma sarebbe da vigliacchi. Sono spinto e combattuto da curiosità e terrore che si alternano in modo rapido . L’oscurità mi affascina ma nello stesso tempo mi terrorizza e non so neanche il perché. Penso di avere comunque un vantaggio… Al buio nessuno può vedermi e così posso andare a sbattere dove voglio come se il problema fosse “non farsi vedere dagli altri”. Ma Elisabetta la nostra guida pur essendo cieca, ci vede bene. Lei mi dice: «Tiziano non ti preoccupare… vieni qui dove sono io». “Si ok” rispondo ma poi mi chiedo dove sia Elisabetta…. “Vieni qui..segui la mia voce”… ma lei è veloce e mi prende male quando sento che mi chiama ma si sposta come una farfalla. Le dico come un bambino….”aspettami….ti prego” Cerco di rendere la mia voce sicura ma comunque è chiara la mia richiesta di aiuto. Mi chiederò dopo come ha fatto a capire il mio disagio e soprattutto a chiamarmi sempre per nome quando era davanti a me. Lei, essendo cieca, non può vedere con gli occhi e si trova nel buio come me. Quindi penso che per vedere usa qualcos’altro ma non so cosa. So solo che mi appare  leggera come una gatta dal modo che si muove in quel buio in cui io, impacciato, attendo solo di finire per terra inciampando. Mi rendo conto che l’unico vero cieco sono io. Quindi mi affido a lei quando sorridente mi dice: «Non avere paura, dammi la mano». Il sorriso di Elisabetta è la prima cosa che mi immagino in quel buio in cui non si può vedere nulla. Non solo. Lei sa perfettamente come sono orientato e i suoi riferimenti sono precisi. Ecco…parte la mia immaginazione e allora cerco di vederla come l’avevo intravista alla entrata in una stanza ancora semibuia. Ma ho perso i colori del suo vestito. Me la ricordo solo con i capelli corti. E poi gli occhi li ho visti. Mi hanno fissato e non mi sembravano quelli di…”un cieco”. Ma poi non funziona così perché devo concentrarmi su tutto quello che sento con gli altri sensi e …. fidarmi di loro

Nel buio comunque ci sono altri problemi oltre a quelli dello spazio azzerato. Devi accettare fin da subito quelle debolezze  che nascondiamo sotto montagne  di scuse. Così la cosa più giusta che mi è sembrato fare è stato quello di fidarmi degli altri e dei dei miei sensi.

Cose che non facciamo quasi mai nella vita colorata. Ci osserviamo sospettosi pensando di capire tutto dell’altro come cani che si annusano. Al buio ho trovato subito la mano di Elisabetta ma poi anche quella di Illia e dei ragazzi che erano con me che non mi appaiono più così “lontani” e “strani”.

La mia esplorazione è continuata, passando da un ambiente ad un altro, toccando gli oggetti, respirando il profumo dell’ambiente e cercando di associare “dove li avevo visti”, ascoltando il tintinnio dei chicchi di caffè.

Non riuscivo a capire cosa fossero molti oggetti fino a quando mi è stato detto di toccare con entrambe le mani. “Per vedere bene ci servono due occhi. Funziona così anche con le mani.”

L’ambiente più intenso per me è stato sicuramente il mare. Lo sentivo come sentivo i gabbiani e il vento sul viso. Elisabetta ci ha chiesto di seguirla fino ad una barca in legno. Il motore si mette in moto. Ne è seguito un silenzio fatto di rumore di onde e poi il vento oltre al rumore del motore poi il panico dentro di me quando il motore si è spento e Elisabetta ha chiesto dove ci trovavamo. Tutti i passeggeri hanno detto che eravamo arrivati ma per me non era sicuro e rimanevo seduto. Elisabetta mi ha chiesto perché per me non eravamo arrivati. Difficile e improponibile dire che quella esperienza al buio io l’avevo drammaticamente vissuta e non era finita molto bene. A convincermi che non eravamo arrivati era proprio il rumore del “come” si era fermato il motore e mi aspettavo come nel ricordo di sentirmi i piedi bagnati e poi urla intorno a me. Elisabetta deve avere percepito qualcosa e mi ha invitato ad ascoltare meglio. Subito il rumore della risacca mi ha fatto capire che la riva era molto vicina e che quindi quello che pensavo non era possibile. Al buio i limiti non esistono.

Abbiamo concluso in un bar. Naturalmente ordinando nel buio un caffè e chiacchierando come se ci conoscessimo da sempre confidando le nostre paure.
In fondo, lo spazio ed il tempo non esistono e di questo ne sono sempre più convinto. Ci affidiamo alla vista per giudicare tutto ciò che ci sta davanti. Forse dovremmo imparare a comprenderlo toccandolo con entrambe le mani, abbracciandolo nella sua totalità.

La nostra cultura ci spinge alla “luce” e lo stesso colore “nero” è collegato al male. Le tenebre ci fanno paura.
Oltre che un’esperienza multisensoriale, “Dialogo nel buio” non è una simulazione della cecità (questo viene subito detto e sottoscritto!) ma è fare pace  con la parte più intima di noi stessi che non conosciamo. E’ quello che mi manca…. Una comunicazione più vera e sincera con “l’altro” senza barriere preconfezionate del “bello” del “bravo” e di come ci si sente protagonisti solo perché qualcuno “mi vede” su una foto o in un reality.

IL FASCINO DEL BUIO

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