CLANDESTINO

CLANDESTINO NELLO SPAZIO

Chissà se ha pianto questo bambinone di 722 chili, quando è uscito dal grembo del Sole e ha cominciato a fare tardi la sera girando fra le stelle? Chissà se Voyager 1, il primo clandestino dell’Universo, ha avuto paura, se già sta provando nostalgia di quella Terra e di quel sistema solare che ha abbandonato per emigrare e dove era stato concepito con amore e con trepidazione più di 41 anni fa? (05 Settembre 1977).

Se anche stesse piangendo, naturalmente nessuno lo potrebbe sentire, nel vuoto che lo avvolge, ed è arrivato laddove nessun figlio degli uomini era mai arrivato nei 13 miliardi di anni dal Big Bang. Soltanto noi, qui nella casa dalla quale se ne andò, riusciamo ancora a percepire qualche vaghissimo segnale anche se impiega diciannove ore per raggiungerci.
Si sa che ha lasciato il Sistema solare, questo angolo di Universo del quale noi ci crediamo il centro, per avventurarsi dentro la Via Lattea, la nostra galassia, dentro la quale stiamo in proporzione come una moneta da dieci centesimi caduta nel territorio della Francia. Ha fatto sapere a casa, da bravo figlio, che attorno a lui è calata una quiete inattesa e gli ultimi soffi del “vento solare”, degli elettroni e protoni emessi dal Sole, non lo raggiungono più. Non ha trovato turbolenze, vortici, brutte compagnie, l’atteso e teorico “shock” che era stato previsto, e continua a sgambettare alla velocità di tredici chilometri al secondo, 46mila chilometri all’ora. Potrebbe viaggiare per sempre, nel “sempre” della vita dell’Universo, anche dopo che il suo cuore nucleare al plutonio avrà smesso di battere nel 2020.

È un clandestino dell’Universo, il primo emigrato illegale sfuggito al Sole, che nessun’altra stella o galassia ha mai invitato. Perfetto simbolo delle perenni migrazioni di uomini e cose che l’umanità non cessa mai di compiere, indifferente a leggi, barriere, gravità. Tenta di portare con sé documenti che nel 1977, quando fu concepito e lanciato, fisici, matematici, filosofi della scienza, astrofisici come Carl Sagan, scrissero e immaginarono potessero essere comprensibili e decrittabili da creature intelligenti sparse fra i duecento miliardi di stelle. Potrebbero evitargli l’espulsione, la detenzione o la distruzione. È il “Disco d’oro”, che sulle prime i progettisti non volevano perché temevano che potesse alterare gli equilibri sensibilissimi della sonda, ma dovettero accettare.

Porta le prime battute dei Concerti brandeburghesi di Bach, sublime esempio di matematica dell’anima, 115 suoni della Terra, vento, mare, uccelli, balene, messaggi dei tromboni politici del momento, il segretario generale dell’Onu Waldheim e il presidente americano Jimmy Carter, dei quali a un ascoltatore del quinto o sesto millennio non potrebbe importare di meno. I saluti di terricoli in 55 lingue diverse; grafici con i parametri che rappresentano il sistema solare; simboli di molecole. Il tutto è inciso su un disco microsolco di rame placcato in oro a 16 giri, come gli album dell’epoca degli Elvis o dei Led Zeppelin, che ormai anche qui sulla Terra sarebbe quasi impossibile da ascoltare, essendo il “16 giri” estinto come i mammuth. Per questo, il “Disco d’oro” è chiuso in un cofanetto sigillato, con testina e puntina incluse, nella speranza che un E. T. un po’ arretrato possieda un vecchio giradischi. O che oltre la Via Lattea esista un sito come e-bay dove acquistare apparecchi usati o (spero di no!) facebook per mandarci un “like”

Porta quindi nello spazio intergalattico il segno di un’epoca che non esiste più e ci appare lontanissima nello spazio e nel tempo, quanto lui. È l’ambasciatore di una Terra che, atomi e molecole ed equazioni a parte, non è più quella che lui lasciò. Anche i ragazzi di oggi, figuriamoci gli “alieni”, faticherebbero a riconoscerla. Uomini e donne sono approssimativamente ancora quello che erano, qualche centimetro più alti nella media, grazie alla migliore alimentazione di tanti, e destinati a vivere un poco più a lungo, ma chi dovesse intercettare il clandestino delle stelle non lo saprà mai. Le immagini frontali di un maschio e di una femmina d’uomo, che erano state incise sui dischi inseriti nelle sonde Pioneer anch’esse destinate alle stelle, furono eliminate per le proteste dei puritani, indignati al pensiero che qualche inconcepibile creatura nell’universo potesse scandalizzarsi e pensar male di noi terrestri.

Il suo computer di bordo, che pure lo ha guidato in un viaggio interplanetario che ci ha regalato immagini meravigliose di Giove, Saturno e la prima foto cartolina del Sistema solare visto da fuori, inviata nel 1990, è un patetico processore con memoria da 68K, sessantottomila byte, quattro milioni di volte più piccola dei 256G, miliardi di byte dentro il minuscolo laptop sul quale sto scrivendo. E’ probabile che quel sistema di riconoscimento che  porta dentro di sé, non venga nemmeno riconosciuto da un giovane di adesso che esce da una università. Eppure a lui è affidata la speranza che venga decifrato, nell’ipotesi neppure quantificabile che in un tempo lontano dai noi milioni di anni luce finisca nella rete di qualche pescatore interstellare. Solo per dire “io sono figlio del tempo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *