IL MIO AMICO SCEMO

Ho sempre saputo che il mio migliore amico degli anni della scuola fosse uno scemo. Da sempre e senza nessun dubbio. Il primo segnale l’ho avuto alla prima media quando si ostinava a tirarmi addosso di tutto: penne, quaderni, ma anche maccheroni con il sugo della mensa scolastica, o la sabbia quando andavamo in colonia estiva a Cattolica. Sua mamma lo lasciava fare perché “poverino” non solo era figlio unico, gracilino e sempre malaticcio. Insomma non poteva rimprovarlo e a me veniva chiesto di pazientare. Secondo mio padre tra il “pazientare” e il dagli un “sacco di botte” mi consigliava la prima alternativa anche perché, diceva che un po’ “tolleranza” mi sarebbe servita una volta sposato.Veramente non capivo quella parola, anzi, quel “poco” messo davanti mi confondeva. era come una unità di misura. Qualcosa da mettere come il sale senza esagerare e che comunque non impediva di mollare qualche calcione a quello scemotto. Che poi la “tolleranza” fosse collegata al matrimonio per me allora era un mistero. Eh sì, perchè il matrimonio era tutto per i miei genitori e simboleggiava la realizzazione personale di un individuo.

Gabriele invece riusciva a impapocchiare tutti con i suoi modi e la sua parlantina tanto che poi i suoi genitori lo hanno mandato in un liceo privato a Milano. Lui di famiglia benestante non poteva sicuramente finire in un Istituto Tecnico Statale” come il sottoscritto. Allora comunque erano anni di manifestazioni e proteste…..meglio per lui, pensavo, non esporsi in assemblee e picchetti davanti alla scuola.

Così, prendevamo il treno insieme alla mattina, solo che mentre lui andava a scuola io finivo sempre in una aula magna a sentire di “voto politico” o di “autogestione”. Nel peggiore dei casi la mia stupidità mi portava su una barricata a sfidare un poliziotto che se solo mi prendeva mi avrebbe evaporato con lo sguardo.

Un giorno però non lo trovai sul solito treno e pensando avesse preso l’ennesima forma influenzale andai a trovarlo a casa sua.

Entrando capii che qualcosa era andato male e che in casa sua si stava consumando una specie di tragedia. La ruota gira per tutti e confesso che la cosa mi rallegrava sapendo che per una volta il mio amico l’aveva combinata grossa e che gli si stava scaravoltando addosso un bel guaio. Insomma stavolta non ero io il bersaglio dei “grandi”. Proprio a un passo dal compleanno dei sedici anni. Ma non riuscivo a capire cosa aveva combinato quello scemo. Origliare nelle conversazioni che seguirono si sentiva solo accennare parole come “questura”, “scandalo”, “figlio non riconosciuto” . Insomma, era in atto uno scombussolamento generale in quella famiglia timorata di Dio. La mia curiosità aumentava esponenzialmente con il tempo e nulla serviva andare a trovarlo all’improvviso. Era come segregato in un fortino dove sua nonna faceva da sentinella. Appena un estraneo si avvicinava la nonna faceva segni evidenti e da quel momento “omertà ” e “silenzio radio” erano la direttiva della famiglia. Avevo solo un modo per capire. Lo spionaggio!

Ora visto che avevo libero accesso da anni nella camera di Gabriele, con la scusa di fare i compiti, cominciai all’occasione a rovistare nei cassetti. Sinceramente non ci trovai nulla di anomalo tranne qualche rivista di “donnine nude” dietro ai libri di latino. Mi chiedo ancora se sua mamma non fosse mai entrata in quella stanza. Ma dal disordine che vedevo e la presenza di quelle foto la risposta era unica e sicura. No! Non è mai entrata altrimenti le avrebbe preso un colpo. Tentare di corrompere la nonna era impossibile. Non avrebbe detto niente nemmeno sotto tortura. Lo stesso Gabriele era inaffidabile. Non era scontato che avrebbe detto la verità. Insomma bocche cucite! Mi ci è voluto quasi 15 giorni di appostamenti prima di trovare una traccia valida. Per pura fortuna proprio mentre uscivo dal cancello vidi arrivare il maresciallo dei carabinieri amico della famiglia dello scemo. Non è stato difficile capire la “chiacchierata ” tra il maresciallo e suo padre anche perché quell’uomo aveva una bella voce baritonale che rimbombava bene nel cortile manco fosse in un anfiteatro greco. Quel deficiente del Gabriele, non era capace di fare nulla ma una cosa la sapeva fare bene. Scrivere! Era bravissimo e la maestra di italiano delle medie sbavava per lui. Bene..quel cretino non aveva mica fondato un “giornalino” nel suo prestigioso ed esclusivo liceo. Io lo sapevo ma pensavo che scrivesse di “cose” musicali o delle nuove mode di allora. Invece su “Lo Scarafaggio” (questo è il nome del periodico) trattava di argomenti scottanti come “la condizione femminile” e “il diritto allo studio” per i ragazzi che non potevano sostenere le spese per l’istruzione. Ora, pensavo, allora te le cerchi perché, che fine vuoi che faccia uno “scarafaggio”? SPLAFF, spiaccicato sul muro, logico, no? Ma poi fosse solo questo….quel cretino mica ti va a intervistare le ragazze e pure minorenni. Si è messo poi a volantinare con i suoi articoli per la strada, davanti ad altre scuole e persino di fronte alla prefettura, fino a quando l’hanno beccato. Si può essere più scemi dico io.

Ne è nato uno polverone finito in scandalo all’interno di uno dei più prestigiosi licei di Milano tanto che il suo nome è poi apparso sui quotidiani locali con altri quattro deficenti. Comunque al Gabriele una cosa la riconosco. La tenacia. Lui voleva fare il giornalista e ci è riuscito. Ma non solo. Lui, figlio di “Signori“, si è messo a lottare anche per quelli come me, che non potevano permettersi di potere studiare perché figli di operai e contadini e per tutte le ragazze che non avevano il fegato di ribellarsi e per questo è stato un grande. Solo per questo però! Per il resto ha continuato a essere il mio amico scemo più scemo.

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